Tifiamo4, 34 racconti sull’acqua

Un racconto incluso nella raccolta (scaricala qui)  curata da Mr Mill aka Franco Berteni e promossa dai Wu Ming nell’ambito del TerraProject

I testi sono stati raccolti con un contest al quale ho partecipato per diverse ragioni.

Innanzitutto per il tema: l’acqua, il rapporto tra terra, acqua e uomo che sento vicino. Sono genovese di nascita e romano per trentennale adozione, amo il mare e assisto impotente allo svanire della liguria che va lentamente sfaldandosi, franando in quel mare che per secoli è stato il suo specchio, la linfa della sua identità.

Il dissesto idrogeologico, la sua origine cancerosa frutto di una metastasi dell’avidità italiana che ha colpito prima la vista miope di politici, affaristi, speculatori e cittadini, poi il cervello, sta determinando la morte del luogo dove affondano le mie radici e dove radici non riescono più a penetrare in profondità per tenere insieme terra e tessuto civile.

Il racconto è ambientato in un paese immaginario di una calabria ionica qualunque ma è la stessa cosa perché la metastasi ormai ha devastato tutto il corpo civile, politico ed umano dell’Italia intera che è destinata a diventare una sorta di striscia di Gaza, di Messico degli Stati Uniti d’Europa.
Secondariamente, ho colto l’occasione per indagare una questione stilistica, data la natura particolare del progetto.
Articolata e autoprodotta, il TerraProject è un’antologia che raccoglie  le foto di Michele Borzoni, Simone Donati, Pietro Paolini, Rocco Rorandelli che diventato libro narrativo con 4 racconti dei Wu Ming.
Gli autori stessi l’hanno definita una raccolta di tarocchi narrativi dove immagini e testo non sono l’uno la didascalia dell’altro, semplicemente, ma sono snodi, organi di una possibile narrazione, referente di una possibile realtà ritratta dalle immagini. La fotografia che ritrae, appunto, lo sguardo e che grazie alle parole fa emergere quello che non deve più essere occultato. La violenza sulla terra, nel mondo, al mondo. Ho partecipato perchè ho trovato l’occasione di mettere in pratica un’intuizione flusseriana che mi ha molto suggestionato recentemente.
Le immagini tradizionali differiscono rispetto a quelle tecniche (e quelle digitali lo sono per eccellenza) per la loro assenza di referente reale. Sono frutto di computazione, di potenza di calcolo, di automazione algoritmica. L’automazione definisce F.

“è un autonomo computare di casi dai quali è esclusa l’iniziativa umana e un arrestarsi di questo decorso presso le situazioni informative previste dagli uomini.” […] “ciò che per noi è difficilmente rappresentabile come un campo magnetico, dal quale la limatura di ferro viene distanziata è per gli apparati ninet’altro che una semplice possibilità di funzionamento. Allo stesso modo, essi trasformano ciecamente gli effetti dei fotoni sulle molecole di nitrato d’argento in fotografie. questa è propriamente l’immagine tecnica: una possibilità concretizzatasi ciecamente, un invisibile divenuto visibile in maniera ‘cieca’”

Vilélm Flusser, Immagini, Fazi Editore

La produzione di immagini tecniche si muove in un verso opposto rispetto a quello delle immagini tradizionali (le pitture rupestri, ad esempio). Le prime procedono dall’astratto e cercano di concretizzare il concetto attraverso supporti, estetiche, interfacce, le immagini tradizionali procedevano dal concreto all’astratto, creando mito e magia.

“Le immagini della nostra storia (quelle tradizionali, ndr) sono inficiate dai testi, illustrano i testi, e l’immaginazione dei nosrti creatori di immagini è inficiata dal pensiero concettuale, essa cerca di fissare i processi. L’universo delle immagini tradizionali, non ancora intorbidito dai testi è un mondo di circostanze magiche”.

Ecco #Tifiamo4 mi è sembrato un progetto utile a ripercorrere la strada inversa. I testi che illustrano le immagini. Testi generati dall’immagine. Testi che a loro modo non intorbidiscono l’universo delle immagini ma entrano nella sfera ‘magica’ propria delle immagini tradizionali e la rendono oggettive e tangibile pur essendo, quelle del TerraProject, immagini tecniche.
I testi quindi e le narrazioni come metodo, anti-dispositivo, strumento per percorrere l’evoluzione dell’immaginario in un senso o nell’altro (dal tecnico al tradizionale dal concreto all’astratto e ritorno) indipendentemente dall’ineluttabilità dei processi del progresso tecnico. Questo processo, questo textus (in latino, anche e propriamente, ossatura, travi ecc..) che, diventa texture, è reso possibile dalla transmedialità della narrazione di #Tifiamo4 e dalla sua natura dialogica che è in grado di tenere a bada il ‘fascismo’ proprio dell’automazione cibernetica. Voci che disegnano realtà che si ritraggono in immagini documentali per riportare le storie alla loro origine.
Il racconto Acqua è un tentativo di fare un’archeologia del presente, scavare nelle vestigia dell’oggi per raccontare le cause dell’oggi. Il racconto di un’Italia che così com’è oggi non è più e così sarà in futuro. Un differimento, una decostruzione, appunto, come decostruiti sono gli ecomostri, le cattedrali nel deserto, ulcere del nostro paesaggio, cemento che sorge dalle ceneri dei morti e che morti restituisce ad ogni pioggia, ad ogni scossa della terra che vuole tornare nuda. E’ un tentativo di introdurre ‘rumore’ nelle immagini perfette, di contaminare la purezza dell’alta definizione che lo elimina con i suoi algoritmi, introducendo nell’immagine un ‘discorso’.
Mi piacerebbe che il progetto continuasse e chiedendo il permesso al collettivo TerraProject, farne una versione glitch delle immagini, mischiando i caratteri contenuti nei file di testo in quelli ascii dei compressi jpg, per chiudere il cerchio estetico e magico. E mi piacerebbe anche ascoltarne il suono, trasformando questi prodotti in glitch sounds. Sarebbe bello anche tentare un esperimento simile a quello del gruppo Famtomton, con i suoni generati dall’archeologia industriale di Teufelsberg.

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